lunedì 3 maggio 2010

Mostro Sacro

Non mi aspettavo tanta rabbia. Tornando con la coda tra le gambe, ed il senso di colpa che mi dilaniava lo stomaco. La mente pervasa dagli ultimi attimi, anzi dalla completa sceneggiatura dell'accaduto. Vorrei sapere perché l'ho fatto, di fatti lo so, no, non lo so, però credo di saperlo. Ero obbligato, no, non c'era nessuno che mi minacciava, nessun ordine dall'alto, semplicemente era il mio Io che me lo domandava. Chiuso in un angolo, pensieri e parole confusi, poi chiari e distinti, poi nuovamente confusi. So cosa prova un boxeur in un ring, quando le sue spalle toccano entrambe i lati dell'angolo, la mente vuole reagire velocemente, cerca una via d'uscita, spasmi incontrollati generati dall'adrenalina. Così deve essere stato ciò che mi ha spinto a farlo, io stesso mi sono inoltrato in questo guaio, muovendo un passo poi un altro e un altro ancora verso una selva oscura. Lasciate ogni speranza voi che entrate, lasciate ogni speranza voi che mi incontrate, lasciate ogni speranza, la speranza non è altro che un'illusione, l'ultima consolazione di fronte al fallimento. Io non spero più, ormai ciò che doveva succedere è già passato, è storia, è prima pagina di un quotidiano. I titoli a caratteri cubitali, IL MOSTRO.
Provate voi a passare 20 anni in un orfanotrofio, la maggior parte degli ospiti evade molto prima, chi può compiuta la maggiore età si smaterializza e nessuno lo rivedrà, alcuni hanno un limite di sopportazione molto basso e rinunciano alla vita durante la permanenza. Si pregava 3 volte al giorno, prima di colazione, a pranzo e dopo cena. Alcuni pregavano anche 5 o 6 volte, anzi, direi che supplicavano, chiedevano pietà, chiedere pietà in un orfanotrofio Cattolico, che disdetta. Chiedere a Don Ernesto la remissione dei propri peccati, chiedere di non essere puniti, almeno una volta, almeno quella volta. Eppure non serviva a nulla. Solitamente tentavo di districarmi, ottenevo un fallimento, l'abbraccio di chi ti desidera non aveva scampo, e se ne aveva era ancora peggio. La soffitta era la mia camera preferita, quando ero in punizione, chiuso nel ripostiglio polveroso, sapevo che non avrei mangiato ne dormito per giorni, eppure era diventato un sollievo. Uscivo con riluttanza dalla mia prigionia.
Non mi nutrivo ugualmente. Nutrirsi significava dover in seguito espellere quanto ingerito. Il mio deretano era ridotto ad un ammasso di carne infetta, pus e sangue, c'erano già troppe cose che entravano e uscivano. Perché succedeva questo? Mi sentivo in colpa, a 12 anni non si poteva comprendere cosa stava accadendo, pensavo solo quanto ero stato "cattivo".
Il martedì era il giorno delle visite mediche, il Dottore si recava privatamente presso l'orfanotrofio e cuciva insieme quello che rimaneva della nostra salute fisica, e di quella mentale?
Lui non vedeva nulla, diceva che le escoriazioni vicino all'ano erano dovute ai cibi non sani, alle caramelle. Io gli credevo, tutti gli credevamo.
Sono passati altri 10 anni da allora, ora ne ho 30, sono un uomo e da uomo ho deciso di andare a trovare le adorate Suore e Don Ernesto.
Come sono rimasti sorpresi quando ho iniziato a tagliargli la carotide, la lama che penetra nel collo come se fosse un filetto, quanto sangue, sicuramente non quanto ne versai io stesso, sicuramente non quanto ne hanno versato tutti gli altri orfani. Ora sto camminando per la strada che porta al commissariato, le mani sporche di sangue, la maglia imbrattata, sembro un pazzo, sono un pazzo, voglio andare a raccontare la mia storia.

Voci lontane lamentano:" Don Ernesto era un brav'uomo, non ha mai fatto del male a nessuno, è sempre stato gentile con noi, come è possibile che esista certa gente?"
"E' pazzo, l'ho sempre saputo, lo so perché si dice che sia pederasta, si a casa sua c'erano sempre altri ragazzi, e quanto baccano!"

Io so una cosa. Gli amici che hanno frequentato quel luogo, quell'orfanotrofio, leggeranno il giornale, sicuramente mi riconosceranno, alcuni inizialmente non comprenderanno, altri non lo faranno mai, altri ancora sorrideranno a denti stretti, altri saranno assaliti da ricordi ormai lontani prima nascosti sotto la corteccia dell'inconscio a causare sofferenza in apparenza senza ragione.